silenziosi messaggi di simpatia e comprensione – paolo ciampi

omar galliani - sguardi

omar galliani - sguardi

poi questa mattina è successa una cosa inattesa.
come capita per gli avvenimenti meno prevedibili si è annunciata nel modo meno appariscente. una piccola busta, del tipo che si adopera per spedire i messaggi di felicitazioni e ovviamente anche di condoglianze.
da queste parti, mi sono detto, ne sono arrivati diversi in questi giorni. questo sarà l’ultimo degli ultimi.
conclusione affrettata, però. la busta era priva di affrancatura, era stata insomma recapitata a mano. e poi, a un esame più attento, il biglietto non era indirizzato alla nostra famiglia, tanto meno a me, ma proprio a te, mamma. curioso, no?
te lo ha inviato una nostra vicina, la signora cortese che abita nella palazzina giusto accanto a noi. una vicina di città, non di paese, di quelle che, se capita, per strada ci si scambia un saluto e poc’altro, sempre che non si abbia fretta.
a pensarci bene non so nemmeno come si chiama, né credo di essermelo mai domandato.
non mi aspettavo che ci facesse avere un biglietto. per la verità non mi aspettavo nemmeno che sapesse della tua morte.
e comunque, quando certe cose si vengono a sapere, e si vengono a sapere perché il discorso prima o poi ci casca sopra, per esempio all’edicola o al forno in piazza, beh, cos’è che succede?
cosa si fa tra vicini come noi, cosa si dice?
magari ci si atteggia in un’espressione più sorpresa che mortificata, magari si spalanca gli occhi e poi si scuote il capo, oppure si domanda qualche particolare in più, tanto per essere davvero sicuri. «ma chi, proprio quella signora? quella vecchierella con i due bassotti che non si chetavano un istante? quella piccoletta che pareva trattenere l’anima con i denti?».
e poi, poi che si fa, che si dice?
è facile tra vicini come noi. ce la caviamo con poco, basta un «poveretta, mi dispiace», o qualcosa di simile, di educato e poco impegnativo, giusto per chiudere e tirare avanti.
informazione ricevuta, protocollata, archiviata. e nessuno pretende di più.
questa vicina, invece, ti scrive, mamma. ti scrive questo.
non te lo ripeto a memoria, ma parola per parola, con il biglietto che tengo ancora sotto gli occhi.

la ringrazio, signora loredana, per tutti gli sguardi che ci siamo scambiati in questi anni dalle nostre finestre, silenziosi messaggi di simpatia e comprensione.

per il resto no, per il resto sono stato e sono forte. da adulto e vaccinato quale mi reputo.
ma questo biglietto, no, questo biglietto è stata una botta allo stomaco.
questo biglietto mi ha steso al tappeto. e hai voglia a contare, dal tappeto non ce la faccio proprio a levarmi su.
come se tutti quegli sguardi che io non ho mai incrociato, che non ho mai visto, che io non sospettavo nemmeno esistessero, ecco, quegli sguardi si fossero tramutati ora in un peso, un tanto a chilo per ogni sguardo perso e solo ora ritrovato; e quel peso mi si fosse scaricato addosso tutto d’un colpo, lasciandomi senza fiato, senza una stilla di energia nei muscoli, senza un grammo di volontà che non sia quella di arrendermi e rimanere dove sono, cioè disteso per terra.
e non ho parole per raccontarti per bene questa tempesta che mi si è scatenata, sarà che le parole si inceppano proprio quando servono.
però vorrei spiegarti che quei «silenziosi messaggi di simpatia e comprensione» sono altrettanti coltelli rigirati nella piaga, oltre che, ma questo è ovvio, lampi che rischiarano una persona che in effetti così non ho mai conosciuto. coltelli belli affilati, impietosi, coltelli agitati dalla mano peggiore, che poi è quella del rimorso.
anche di questo ora sono più convinto: tu sei stata meno brava a celarti di quanto io sia stato allergico a qualsiasi indizio utile per risalire alla tua vita.
non che poi per questi indizi ci volesse un novello sherlock holmes. guardarsi intorno, girellare per le due o tre strade della tua spesa quotidiana, indugiare in chiacchiere con qualche tuo conoscente. questo sarebbe bastato.
come l’altro giorno, dal fioraio che tiene il chiosco a pochi passi dalla mia vecchia scuola elementare, di cui per tanti anni sei stata cliente, buona cliente. ero passato per pagargli il cuscino di fiori per la tua bara. lui, meno male, non si è perso in frasi di circostanza.
«era una persona a modo», solo questo ha detto.
e una frasetta come questa ti riporta qui davanti, mamma, una mattina che il tuo bambino è già al sicuro in un’aula e tu scegli i fiori e abbozzi una conversazione che ha la solidità della modestia. di quanta acqua hanno bisogno? e quella pianta, quella dietro le ortensie, va bene per un salotto? soffre il sole diretto?
però il biglietto della vicina non è solo un indizio, è una prova, altro che.
insomma, hai visto che cosa ho appreso di te, ora che i nostri respiri non vanno e vengono più insieme, ora che mi hai piantato qui e hai staccato il biglietto per dove non so bene?
quanta oscurità consentiamo che avvolga le persone a noi più care e le cose della loro vita.
peccato che ce ne accorgiamo solo più tardi, troppo tardi, quando non ci rimane che voltarsi indietro. come i superstiti di un disastro, che tornano e tornano a quanto è successo, ma ancora non si capacitano e possono solo ruminare sui presagi, sulle avvisaglie degli eventi, e intanto ogni istante sono un po’ più lontani da chi non ce l’ha fatta.

devo essere grato, alla nostra vicina.
grazie a lei, grazie alle sue tre righe, ho capito quello che di te non avevo capito mai.
ho capito la forza del silenzio.
ho capito la tenacia, la solidità, la potenza degli affetti che si alimentano di penombra e rarefazione.
grazie a lei ho capito che anche l’animale rintanato, l’animale che vive di mansuetudine e paura, può lasciare il segno, più di un predatore, più di un bracconiere. ho capito che c’è un coraggio di vivere che non si vende per quello che è. che abdica alla possibilità di essere riconosciuto.
non so perché, anche se poi è facile sfangarla dicendo che sono fatto così, ma all’improvviso mi ha folgorato l’immagine dell’albero della qabbalah ebraica, che ha le radici in cielo, mentre i rami e le foglie affondano nella terra. ma non è che sia davvero capovolto, forse è solo il nostro senso comune a esserlo.
e allora ti ho vista proprio come quell’albero.
le tue radici non so dire dove crescano e dove traggano nutrimento. però, mamma, sei stata un albero dalle radici potenti e ostinate. un albero generoso di se stesso, malgrado tutto.

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domenica 18 aprile, 2010 18:52:48 silenzi

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