credere nel vuoto – philippe petit

philippe petit

philippe petit

la fede cammina sul filo.
philippe petit. da quarant’anni passeggia tra le nuvole. con le sue imprese estreme il grande funambolo sfida gravità e conformismo.

l’avevano chiamato a torino per parlare di spiritualità. lui che è il funambolo più famoso del mondo, infatti, sembrerebbe un esperto di dei, a forza di camminar loro vicino, lassù nei cieli. ma philippe petit, che ha passato la vita a disubbidire, si mantiene a cauta distanza dalle religioni rivelate. «non credo in dio, e nemmeno negli psicanalisti». certo, magari scorge il supremo in una briciola, o in un vulcano. e capita addirittura che qualcuno in africa scambi lui per un nume bizzarro, se compie stramberie. ma l’unica fede che davvero coltiva è la tenacia, la forza interiore che rende l’uomo un po’ più sovrumano. «chiunque può guardare qualcosa di incredibile – dice – e sognarlo». come? petit rivela il suo metodo, una specie di religione che lega montagne e cuori, nell’affascinante libricino, credere nel vuoto, pubblicato da bollati boringhieri (64 pp., 8 euro) nella collana sguardi che raccoglie i contributi più interessanti degli incontri avvenuti a torino spiritualità. sul frontespizio compare «introduzione di michele serra». non è proprio così. perché il giornalista-scrittore fa qualcosa in più, dialoga, pone domande, pungola maieuticamente petit sulla fede, sulle vertigini, sull’umiltà, sulla mistica della tenacia. chiede persino se c’è qualche broker che lo assicura prima di un’impresa. risposta: «firmo documenti complicati in cui prometto di non fare causa a nessuno nel caso in cui muoia».

petit è nato nel 1949 da una famiglia piccolo borghese. a sei anni ha imparato l’arte della magia, poi a fare giochi di prestigio, a cavalcare, arrampicare rocce, disegnare, costruire impalcature di legno. lo espellevano da ogni scuola perché non voleva chinare la testa sui banchi ma tenerla sempre in alto, orientata verso le utopie. poi si mise a girare il mondo, vivendo di espedienti, esibendosi per strada, «sfuggendo alla polizia con il monociclo», borseggiando («spesso restituivo la refurtiva, mi interessava rubare per la bellezza di farlo»).

la prima impresa è stata a parigi, notre-dame, 1971. tese una corda tra le due torri e camminò nel nulla, sopra centinaia di persone stupite. quando scese lo misero in galera, perché era proibito turbare l’ordine pubblico e fare mattane. tra i curiosi, rapiti, c’era anche lo scrittore paul auster, che poi lo aiutò a pubblicare i suoi libri («i miei manoscritti erano stati respinti da diciotto editori»). in quarant’anni ha passeggiato tra le nuvole ovunque, da sydney alla torre eiffel. e vorrebbe ancora farlo in posti estremi, come il gran canyon o l’isola di pasqua.

il suo sogno più grande sono state le torri gemelle. cominciò a pensarci quando le vide solo in forma di progetto su una rivista. e preparò per mesi l’impresa come fosse un colpo in banca. nel ‘74 si arrampicò di nascosto sui grattacieli in costruzione, beffò la sicurezza, tese il filo e andò avanti e indietro per una quarantina di minuti a 400 metri d’altezza, vestito di nero. lo arrestarono di nuovo, ma fu condannato a una pena mite: esibirsi per i bambini a central park. era arrivato a new york come un cospiratore, con quello sberleffo estremo in mente. non se n’è più andato via. ora abita nel triforio di una cattedrale in costruzione, dove possiede gallerie sotterranee, balconi, cantine segrete dove gioca a scacchi da solo, dipinge, scrive poesie, studia imprese future («nessuno sa di quelle stanze a parte me, e dio»).

petit piace alle gente comune, ma anche a tipi come herzog e mailer. perché quando disobbedisce alla gravità, lassù, riesce a dare le vertigini a chiunque, a sollevarlo dalle banalità terrestri. un giorno, per esempio, passò nel cielo di gerusalemme. qualche decina di migliaia di arabi e israeliani si scoprirono a battere le mani tutti insieme per incitarlo, dimenticando d’odiarsi cordialmente. ogni sua impresa è un’opera d’arte. un tempo le realizzava furtivo, illegale, ora ha gli sponsor. ma petit non va nell’aria per soldi (anzi, non guadagna quasi nulla), né per ansia da prestazione («non mi interessano i record, pur avendoli battuti tutti»). è refrattario pure alle lusinghe della pubblicità, perché se ne sta sigillato nella sua cattedrale. allora perché ciondola su quelle corde tese a centinaia di metri d’altezza, perché rischia di sfracellarsi ogni volta? non sa rispondere con precisione, come matisse non saprebbe spiegare perché ha usato certi colori sulla tela. dice solo che gli piace andare in «una terra di nessuno in cui nessun uomo è mai arrivato. perché un essere umano sulla sommità di una cima altissima, molto forte ma molto,fragile, è un’immagine perfetta». difficile? «bisogna avere fede, bisogna credere in molti dèi per riuscire a stare lì senza avere il batticuore e mantenere sana la mente».

petit, come dice il nome, è «piccolo» in alto, un minuscolo puntino nel vuoto e nel cielo. eppure molto più vicino agli dèi di noi quaggiù. i miti antichi raccontano che gli onnipotenti s’indignavano se qualcuno s’accostava troppo impertinente e lo facevano precipitare. ora invece stanno a guardare quell’uomo che sale in cielo discreto, a piedi quasi scalzi, come un mistico che cerca l’assoluto. certo, crede fortemente in se stesso, è quasi più audace di icaro, ma deve anche conoscere l’umiltà perché se commette un errore è spacciato. forse è per questo che gli dei lo lasciano fare. forse la sua levità non li disturba. o forse, come dice il decano james parks morton «dio crede in te».

di bruno ventavoli – da la stampa 3 settembre 2008

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domenica 7 febbraio, 2010 12:25:10 funambolismi

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