il codice di accesso al lato oscuro delle cose – pietro spirito

odilon redon - il silenzio

odilon redon - il silenzio

…….la storia che il cinese si fosse bevuto il cervello l’aveva tirata fuori giangi. i giorni seguenti la sbronza triste intorno alla fontana ci eravamo incontrati di nuovo all’osteria. era un periodo sospeso, ce lo potevamo permettere. allora tra le chiacchiere saltò fuori la faccenda del cinese. da un po’ di tempo lo vedevano comportarsi in modo strano. non era sfuggito un via vai con l’ufficio postale, dove il cinese ogni tanto entrava e ne usciva con un pacco sottobraccio, involti che dovevano aver viaggiato parecchio. si diceva ricevesse anche delle lettere, tutto dal suo lontano paese. ma antonio, l’impiegato postale, e angelo il postino proteggevano il mistero.
ci accompagnò giangi, che lo aveva scoperto per caso. un sabato di inizio ottobre, fresco e colorato, dalla terra asciutta. uscimmo dall’osteria con le mani in tasca. giangi, voleva che vedessimo anche noi. insieme a nicola e marilena c’era anche riccio, per una volta senza ombre nello sguardo. gli girava bene in quel periodo.
prendemmo il sentiero oltre il ponte. una volta era la via del pascolo, ma di quell’epoca gloriosa era rimasta un’unica cicatrice, una traccia di terra battuta impossibile da cancellare. seguivamo giangi con passo leggero. non era mai stato un tipo da sorpresa, doveva esserci dietro qualcosa di buono. arrivammo oltre il dosso sulla riva destra del torrente, dove c’è il campetto, come lo chiamavamo, un prato incolto e piano da sempre teatro delle sfide a pallone. il cinese era là, in un angolo del campetto, in disparte, sotto il grande castagno. era immobile. tutto era immobile intorno alla sua figura. sembrava avesse ordinato alle cose di stare ferme. non avevamo bisogno di stare nascosti, in quel punto non poteva di vederci. guardammo giangi. lui mosse la testa in avanti: “state a vedere.”
fissammo l’attenzione sul cinese. era in ginocchio, aveva addosso un kimono o qualcosa del genere. non succedeva niente. riccio sbuffò impaziente. allora il cinese si mosse, e un lampo brillò nell’aria. un istante dopo tornò immobile. accadde di nuovo, nella stessa misura temporale, nell’identico sistema di movimenti. adesso eravamo attenti, presi dalla meraviglia della novità dell’inatteso spettacolo, cercando di intuirne il significato, il modo.
la verità risultò lampante al termine di una rivelazione lenta e incredula, un susseguirsi di evidenze inevitabili: quell’uomo stava cercando di tagliare con una spada le foglie morte che cadevano dal castagno. aspettava che la brezza staccasse una foglia dal ramo, una sola, la più stanca di stare lassù. aspettava la foglia giusta, quella che nella sua imprevedibile traettoria verso il basso potesse ondeggiare alla giusta lunghezza. quindi, restando in ginocchio com’era, sguainava la spada e cercava di tagliare in due la foglia vagante a mezz’aria. nell’ora intera che restammo a osservarlo ci riuscì una sola volta. sentimmo un soffio di soddisfazione mentre il cinese rinfoderava la lama.
dovete immaginare la scena. dovete fare lo sforzo di immaginare la scena. c’è la luce del tramonto, colori accesi, vibranti, il calore della natura che muore. il rumore del ruscello, la brezza dei monti. le solite cose. poi c’è un uomo solo, piccolo e fermo come se lo avessero stampato per sbaglio, immagine presa da un altro libro. quest’uomo sta facendo una cosa che non è di questo mondo, e precisamente cerca di tagliare foglie volanti con una spada. questo accade nell’anno in cui con le nostre camicie a scacchi abitavamo un orizzonte fatto di noia e di schiamazzi, di giorgia moll e sylva koscina, di juke-box e tutto il resto. non era una possibilità prevista. non per noi. e come tale la prendemmo, siglando con una poderosa pernacchia la fine dello spettacolo.

alcuni spettri avevano bussato con urgenza alla sua porta. non era ancora un buon motivo per capire, anche noi avevamo i nostri piccoli fantasmi contro cui combattere. al di là di un sacrosanto dileggio l’immagine del cinese che faceva a fette i suoi terrori non ci aveva lasciati indifferenti. una sera, senza dire niente a nessuno, riccio si avviò lungo il sentiero che portava alla casera. ne eravamo attratti quanto lui, ma riccio aveva dalla sua il fatto incontestabile di non avere nulla da perdere.
bussò alla porta. dall’interno usciva della musica, il cinese aveva il giradischi in funzione. adorava le canzonette. riccio bussò di nuovo. la musica si interruppe, il cinese aprì la porta. quando vide riccio si irrigidì, in assetto difensivo. era la prima volta che si incontravano a distanza tanto ravvicinata. riccio studiò l’espressione impenetrabile che aveva davanti, il cinese fissava il suo volto scavato.
riccio tirò fuori dalla tasca qualcosa, e la mostrò al cinese. era un taccuino consumato, la copertina sdrucita di una vecchia agenda tascabile rosicchiata dal tempo e legata con lo spago. dentro, ripiegata in quattro, la prima pagina di un vecchio giornale, fragile e ingiallita, con i grandi titoli di una storia passata: la prima distruzione atomica dell’umanità. riccio aveva rubato il taccuino molti anni prima, sfilandolo dal tascapane del cinese mentre lui lavorava da qualche parte nella tranceria. pensava fosse un portafoglio. ricordo quando ce lo fece vedere, uno dei suoi migliori trofei.
junichiro osservò il pacchetto come se riccio tenesse in mano un passero morto. abbozzò un cenno con la testa, una specie di rassegnato assenso. stava calando la sera, l’aria aveva l’odore cimiteriale della terra bagnata. riccio disse qualcosa a voce troppo bassa per poterlo tenere a mente, e junichiro lo fece entrare. ma prima gli fece togliere le scarpe.

il problema principale era nicola. aveva difficoltà di coordinamento. il suo cervello non riusciva a elaborare gli ordini in tempo utile. o li elaborava in maniera dissonante. quando partiva l’ impulso per mettere in moto una gamba, mettiamo la sinistra, il comando si smarriva agli incroci, si sdoppiava, forse si frantumava nel tortuoso percorso dalla corteccia cerebrale alla periferia del sistema. e alla fine il debole segnale, flebile come il sonar di un sottomarino in agonia, chissà perché imponeva il movimento – poco più di una scossa – al braccio destro anziché alla gamba sinistra. noi ci eravamo abituati, ma per il cinese era una novità assoluta, qualcosa in grado di far vacillare millenni di scienza anatomica. prese la faccenda con estrema serietà, in un lungo e paziente assedio fatto di correzioni impercettibili e severità improvvise.
non lo facevamo per seguire riccio. la cosa era andata avanti per naturale evoluzione, in un semplice svolgersi di minuscole scelte, rapide e necessarie. con ogni probabilità era ciò di cui sentivamo il bisogno, qualcosa di nostro e stravagante. le prime sedute si svolsero all’ombra del castagno. stavamo lì scettici e ignari, in attesa del nuovo, qualsiasi cosa potesse significare. junichiro tagliò alcuni rami di ciliegio e ce li consegnò senza alcuna solennità. era molto irritabile. teneva lezione, o quel che era, nel tardo pomeriggio, se non pioveva. non avevamo idea di cosa stessimo facendo. il divertimento consisteva nell’esserci, nell’assecondare il cinese. e riccio, che al contrario la prendeva piuttosto sul serio.
si trattava, e questo era facile da intuire, di assuefarsi alla violenza – una violenza controllata, consapevole – e questo andava già bene. se c’era dell’altro, ne potevamo solo avere un vago sentore, l’idea di una promessa rinviata.
i bastoni di ciliegio simulavano spade, ma non ci fu chiaro da subito. ci volle del tempo, alcune settimane, per cominciare ad avere la sensazione di essere alle soglie di un universo sconosciuto, molto lontano e seduttivo. poco alla volta la stravaganza lasciò il posto a un senso di appartenenza via via più marcato ed esclusivo.
durante l’inverno junichiro lavorò parecchio. preparò al tornio spade di legno sagomate, e ci iniziò ai segreti di un’arte marziale antica e terribile. allora si trasformava. sfidava ombre che solo lui riusciva a vedere, con un impegno furibondo dall’aspetto di vendetta. a volte ci faceva paura. di fronte alla sue improvvise esplosioni laviche imparammo tutte le sfumature della parola rispetto.
non ne parlavamo in giro, era una faccenda riservata. una condivisione esoterica, come al tempo delle prime sigarette, fumate di nascosto in religioso distacco dal mondo. eravamo partecipi di un’agire diverso, soltanto nostro, dal sapore lievemente proibito.
dopo riccio la più convinta sembrava marilena, chissà perché. negli insegnamenti del cinese doveva avere visto qualcosa che a me sfuggiva ancora. non ero sempre a mio agio, lei invece sì. diceva che in fondo era una bella opportunità. diceva così: una bella opportunità. mi piaceva, marilena. non l’avevo mai considerata da quel punto di vista, ma in fondo non la frequentavo da alcuni anni. c’erano poche altre ragazze dalle parti di borgo sant’aquila, e il gioco nuovo offriva occasioni di confidenza. provai a baciarla alla fine di dicembre, mentre l’accompagnavo a casa marciando nelle stradine deserte e innevate. forse se l’aspettava. fece di no con la testa, le venne da ridere e mi lasciò a fare i conti con le mie acerbe solitudini.

anche per junichiro era una bella opportunità. con l’arrivo del freddo fu necessario trovare un posto al coperto per continuare gli insegnamenti. a monte della tranceria c’era un vecchio fienile passato indenne attraverso decenni di incuria. era di proprietà incerta, e non interessava a nessuno: una frana aveva cancellato le già scarse possibilità di pascolo, e quell’angolo di valle era stato semplicemente rimosso dalla memoria collettiva. ai tempi delle prime scorribande avevamo battezzato il posto la tomba del tedesco.
là vicino, non lontano dal fienile, nell’estate del ’45 ci eravamo imbattuti nel cadavere putrefatto di un nazista. stavamo esplorando il territorio, l’idea era di andare a fumare una camel nel fienile, quando nicola che si era appartato per pisciare cacciò un urlo. seminascosto fra due massi c’era quanto rimaneva di un soldato tedesco. qualcuno doveva averlo già trovato a suo tempo: gli avevano preso le armi e gli stivali. si riconoscevano la divisa e l’elmetto, che per fortuna gli nascondeva la faccia. fu recuperato dai carabinieri e portato chissà dove. da allora la zona intorno al fienile per noi diventò la tomba del tedesco, dove il fantasma incazzato del nazista si presentava ogni notte di plenilunio. finimmo per crederci davvero.
nonostante la superstizione il fienile era perfetto. una volta ripulito si rivelò asciutto e, di giorno, sufficientemente illuminato. la sera usavamo lampade a petrolio che spandevano nell’ambiente un chiarore cospiratorio. il pavimento in terra battuta ci consentiva di rimanere a piedi nudi, e orbettino rimediò una stufa a legna per i giorni più freddi.
tranne una settimana intera in cui la tomba del tedesco rimase isolata dalla neve, da febbraio ad aprile andammo al fienile quasi ogni giorno. junichiro era in piena frenesia. usando pelle conciata di bue e legno di bambù fabbricò le nostre armature. passava ore intere e tagliare, cucire, levigare e laccare. riuscì a modellare la parte in acciaio delle maschere da scherma, e a preparare per ciascuno di noi le vesti scure e le spade di takÈ. il cinese ci metteva a parte di una ritualità antica e lontana, qualcosa di assolutamente inimmaginabile.
venti minuti a piedi era il tempo necessario per raggiungere la tomba del tedesco da un punto qualsiasi del paese. le sedute, come ci piaceva chiamarle, potevano durare due ore e più.
l’apprendimento di quelle arti sconosciute ci stava cambiando. era una mutazione all’inizio impercettibile e inconsapevole. una metamorfosi fisica, prima di tutto. riccio smise di bere e di fumare, tagliò i capelli quasi a zero, raddrizzò le spalle e nell’insieme assunse un portamento più solido, equilibrato e sobrio. e distante, come se intorno a lui ci fosse un’area di sicurezza che impediva a chiunque di avvicinarsi.
riccio e il cinese divennero inseparabili. quando non lavorava alla tranceria, junichiro era con riccio. si allenavano al fienile, oppure discutevano. no, non era una discussione. junichiro non parlava: comunicava. e riccio accoglieva le sue comunicazioni con la fame di un naufrago.
immaginate la situazione. il mondo si stava allargando fin dove era possibile, e lassù, a borgo sant’aquila, noi ne potevamo sentire soltanto il rumore di fondo. erano i giorni dei peccatori in blue-jeans, dell’america per noi, del tutto è di nuovo possibile e della vita facile a ogni costo. la gente correva. anche noi volevamo correre, ma a modo nostro.
guidato da un uomo venuto da altre galassie, un gruppetto di ragazzi si riuniva quasi di nascosto e attuava pratiche belliche di una ferocia inusuale. ma era una violenza innocua, programmata, codificata e sacrale. era il codice di accesso al lato oscuro delle cose, la porta d’entrata ai recessi della coscienza. oltre quella soglia potevamo intuire un’armonia fuori tempo, un pensiero lineare che portava dritto allo scopo, qualunque fosse. in tutto questo c’era qualcosa di esclusivo e allo stesso tempo condiviso e naturale, a portata di mano. il cinese ci stava educando a una percezione diversa dell’immanente. forse era così che era riuscito a sopravvivere. forse era così che saremmo riusciti a sopravvivere anche noi. chiusi nelle armature leggere, zuppi di sudore e di fatica stavamo seguendo una traccia disegnata in epoche remote e giunta fino a noi per un’improbabile sequenza di occasioni.
il sabato sera junichiro ascoltava le canzoni di modugno fino a stordirsi e si ubriacava di grappa al ginepro. noi eravamo ammessi, potevamo partecipare alla sua gioia disperata e dissonante………..

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lunedì 1 febbraio, 2010 20:07:46 silenzi

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