in attesa degli angeli sterminatori – demetrio paparoni

marc quinn

c’è un’opera di marc quinn che più di ogni altra esprime la condizione attuale, l’accumulo di linguaggi diversi e la loro strategia di sopravvivenza, il senso dell’attesa, della catastrofe e della rinascita. si intitola garden (2000) ed è costituita da un’enorme vasca con pareti perfettamente trasparenti tenute salde da una struttura di acciaio inossidabile. il suo interno è rivestito di specchi per creare un effetto di rimandi che dilatano visivamente l’ambiente. questa vasca contiene, interrati in un tappeto erboso, piante e fiori provenienti da tutto il mondo. l’immagine è quella di un meraviglioso giardino, tanto improbabile (sono piante che in natura non è possibile trovare all’interno dello stesso ecosistema) quanto affascinante. le piante sono immerse in 25 tonnellate di olio siliconico che, portato alla temperatura di meno 20 gradi grazie a un’alta tecnologia, ha la proprietà di rimanere fluido e trasparente creando nel contempo una condizione che mantiene la natura immersa sospesa tra la vita e la morte. nonostante niente di ciò che si vede guardando quest’opera sia falso, nonostante esprima la verità della vita, la mancanza di ossigeno all’interno della vasca indica come tutto sia in realtà già morto. i contrasti attorno a cui garden si regge — le piante provengono da aree geografiche distanti e con climi inconciliabili, non sono vive ma non sono neppure morte — danno corpo a un’idea di bellezza e di sublime legata alla nostra condizione attuale. «garden è un passato trasformato in presente continuo», dice l’artista, «a costo della propria vita biologica. l’idea del giardino è una forma di narcisismo culturale che ha a che fare con il fatto che siamo mortali e che vogliamo qualcosa di perfetto». e in effetti tutto appare tale, se non fosse che a mostra conclusa, staccate le quattro unità frigorifere, sono sufficienti pochi minuti perché le piante marciscano. è l’arte che muore e che rinasce, che come gilmore attende il momento della fine per ripartire da zero. la sua tensione è forte, c’è in essa l’idea della bellezza e del sublime. non muta però il suo linguaggio, tutto è pronto per tornare a essere quel che era. in attesa degli angeli sterminatori.

L’arte contemporanea e il suo metodo

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venerdì 3 ottobre, 2014 11:16:04 visioni

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