come un gatto – andré aciman
sei la cosa migliore che mi sia capitata quest’anno. parole che potevi portare da un broker per comprare opzioni di vendita in un mercato tendente al rialzo, ricavandone comunque un sacco di soldi; parole di cui avevo ritrovato lo splendore nascosto e di cui avrei mollato la presa per recuperarle all’infinito… anche quando me ne dimenticavo, sapevo che mi aspettavano lì accanto, come un gatto che si struscia contro una porta chiusa
le scapole appuntite – charles bukowsky
le coperte erano scivolate via e io guardai quella schiena bianca, le scapole appuntite sembravano lì lì per trasformarsi in ali
le stesse visioni del mare – predrag matvejević
i greci avevano più termini per il mare: hals è il sale, il mare come materia; pontos è il mare come distesa e viaggio; pelagos è il vasto e aperto mare; thalassa è un concetto di carattere generale (di origine sconosciuta, forse cretese), mare come esperienza o avvenimento; kolpos significa insenatura o riparo: una rientranza o un golfo. nei testi dei grandi poeti e narratori questi termini potevano affiancarsi l’uno all’altro cosicché, messi insieme, moltiplicavano i rispettivi significati: materia-presenza, natura-spazio, via-avvenimento, distesa-spettacolo, e così all’infinito, come del resto le stesse visioni del mare si completano e trapassano l’una nell’altra
da straniero – italo calvino
il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero
nel collo di una bottiglia vuota – erri de luca
se fossi qui, ti scriverei lo stesso
imbucherei la lettera nel collo di
una bottiglia vuota
e la dovresti rompere, per leggere,
col rischio di tagliarti.
le parole tra noi, soltanto se affilate
non abbiamo fuoco – shu ting
forse le nostre ansie
non hanno lettori
forse la strada è sbagliata fin dall’inizio
e sbagliata sarà anche alla fine
forse le lanterne che ad una ad una accendiamo
il vento una a una le spegnerà
forse bruciamo la vita per illuminare gli altri
e non abbiamo fuoco per riscaldare noi stessi
forse quando tutte le lacrime saranno versate
la terra sarà più fertile ...>>
non è molto difficile – david grossman
non si può guarire solo con le parole. ammalarsi sì. probabilmente non è molto difficile
tu sia benedetta – arsenij tarkovskij
ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio. ...>>
guardare e ascoltare – umberto saba
sfuma il turchino in un azzurro tutto stelle.
io siedo alla finestra, e guardo.
guardo e ascolto;
pero’ che in questo è tutta la mia forza:
guardare ed ascoltare
quel silenzioso nessuno – italo calvino
hai con te il libro che stavi leggendo al caffè e che sei impaziente di continuare, per poterlo poi passare a lei, per comunicare ancora con lei attraverso il canale scavato dalle parole altrui, che proprio in quanto pronunciate da una voce estranea, dalla voce di quel silenzioso nessuno fatto d’inchiostro e di spaziature tipografiche, possono diventare vostre, un linguaggio, un codice tra voi, un mezzo per scambiarvi segnali e riconoscervi
un’eco degli urli furibondi – james joyce
con il suo mostruoso modo di vivere gli parve di essersi posto oltre i limiti della realtà. nulla lo commuoveva né gli parlava dal mondo reale a meno che non udisse in esso un’eco degli urli furibondi dentro di sé
al limite – elio vittorini
“sai” egli le disse “che cosa sembra?”
“che cosa?” disse berta.
“che io abbia un incantesimo in te”
“ed io in te. non l’ho anche io in te?”
“questa è la nostra cosa”
“sembra ci sia anche altro”
“che altro?”
“che io debba vederti quando sono al limite”
“come, al limite?”
“quando ho voglia di perdermi”
la radice di te stesso – rumi
non andartene, avvicinati.
non essere senza fede, abbi fede.
scopri l’antidoto nel veleno:
vieni alla radice di te stesso
cominciamo – vivian lamarque
poter domani
il foglio di bella
della vita cominciare
correggere la brutta cancellare ...>>
noi, popolo lieve – fëdor ivanovic tjutcev
noi, popolo lieve,
fioriamo e splendiamo
e solo per breve tempo
siamo ospiti dei rami.
stiano alti tutto l’inverno
i pini e gli abeti,
e di neve e bufere
dormano avvolti
il loro scarno verde,
come gli aghi di un riccio,
se mai non ingiallisce,
pure non è mai fresco. ...>>
come lo zolfo – james hillman
dunque il problema del male, come quello del brutto, rimanda in primo luogo al cuore anestetizzato, al cuore che non reagisce a quello che ha davanti e che trasforma con ciò stesso il variegato volto sensuoso del mondo in monotonia, in uniformità, in unità. Il deserto della modernità.
eppure, sorprendentemente, quel deserto non è senza cuore, perché il deserto è dove vive il leone. deserto e leone sono tradizionalmente associati nella medesima immagine, sicché, se vogliamo ritrovare il cuore reattivo, dobbiamo andare là dove più sembrerebbe assente.
secondo il physiologus (tradizionale compendio di psicologia animale), alla nascita i cuccioli del leone sono inanimati e vanno destati alla vita con un ruggito; ecco perché il ruggito del leone è così possente: per risvegliare i leoncini dal loro sonno, dal sonno in cui sono immersi dentro il nostro cuore. ...>>
il vento della notte – yukio mishima
la passività è il meraviglioso attimo di tensione di ogni compimento, l’attimo in cui il tramonto, tra la paura e l’ansia, emana il suo estremo bagliore prima dell’invasione della notte; l’attimo in cui le cose vogliono mantenere inalterato il loro aspetto, conservando la loro “perfezione” il più a lungo possibile; il meraviglioso attimo di tensione dell’acqua agitata che ritorna all’immobilità. la passività è un istante immortale, è il tempo dell’eternità [...] quando gli uomini guarderanno le stelle, nel loro cuore si leverà, carico di essenze, il vento della notte. sulla foresta, sul lago, sulla città, le nuvole fluttueranno tranquille. allora le stelle inizieranno a cadere copiose, e come la rugiada ricopriranno ogni cosa. nel disegno tracciato dall’invisibile nastro divino, tutte le costellazioni crolleranno a una a una con estrema eleganza. d’allora in poi le stelle dimoreranno nella nostra anima, e forse torneranno ancora quei giorni in cui gli uomini erano dolci e meravigliosi come gli dei.
il vuoto, l’utilità essenziale – lao tzu
trenta raggi convergono sul mozzo,
ma è il foro centrale che rende utile la ruota.
plasmiamo la creta per formare un recipiente,
ma è il vuoto centrale che rende utile un recipiente.
ritagliamo porte e finestre nella pareti di una stanza:
sono queste aperture che rendono utile una stanza.
perciò il pieno ha una sua funzione,
ma l’utilità essenziale appartiene al vuoto.
l’istante sublime – silvia plath
per me il presente è l’eternità e l’eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. questo attimo è vita. e quando passa, muore. ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. è un po’ come le sabbie mobili…senza scampo fin dall’inizio. un racconto, un quadro possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza, mai abbastanza. niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. poi è morta. io sono il presente, ma so che anch’io me ne andrò. l’istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. e io non voglio morire
un atlante di percorsi sbarrati – pier vittorio tondelli
come se la solitudine, quella accettata e rielaborata, avesse costruito, nel suo cuore, un atlante di percorsi sbarrati, di strade senza uscita, di sensi unici, di dighe, di barriere antisismiche in modo che qualsiasi sentimento o oggetto nuovo abbia un percorso prestabilito, all’interno, per vagare senza arrecare danno
the dull flame of desire – bjork/antony hegarty
i love your eyes, my dear
their splendid, sparkling fire
when suddenly you raise them so
to cast a swift embracing glance
like lightning flashing in the sky
but there’s a charm that is greater still
when my love’s eyes are lowered
when all is fired by passion’s kiss
and through the downcast lashes
i see the dull flame of desire.
fëdor ivanovic tjutcev
c’è un incantesimo – fëdor ivanovic tjutcev
da stalker (1979), andrej tarkovskij
amo i tuoi occhi, mia cara
Il loro splendido, scintillante fuoco
quando improvvisamente li alzi per
scoccare uno sguardo rapido e avvolgente
come il lampo che folgora il cielo
ma c’è un incantesimo che è più grande ancora ...>>























